What else?

Stefano Girardi
27.02.2019
 
What else?
Apro la finestra e un’aria pungente entra nella camera. Solo in quel momento sento l’odore dei nostri corpi.
Oltre il balcone posso scorgere la fattoria che presidia la valle: i suoi uomini sono già al lavoro e li vedo frenetici mentre le vacche già munte cominciano a sciamare sul pascolo. Tra poco i loro campani cominceranno a scandire lo strappare dell’erba.
“Su, alzati. Dobbiamo andare”.
In risposta lei si gira sull’altro fianco lasciando scoperte le natiche. Ogni volta che fa così resto sempre col dubbio se voglia provocarmi oppure se sia soltanto pigrizia. Ma a quest’ora è quasi certa che non cambierò programma e così gioca a farsi pregare.
Ne approfitto per rimettere dentro le maglie che ieri sera abbiamo lasciato ad asciugare. Passo a fianco del letto e le mollo uno scapaccione sulla destra. Lei fa un salto e si raggomitola a uovo.
“Non fartelo ripetere. Ti devi alzare!”
“Nooo, lasciami dormire. È ancora l’alba!”
“Guarda che ora tocca all’altra chiappa!”
La minaccia è sufficiente a scuoterla, sguscia fuori dalle lenzuola come una tartaruga.
Mentre finisco di mettermi le scarpe sento l’acqua scrosciare nel bagno e dopo poco è fuori, quasi già pronta, ovviamente solo per la colazione. Solo un’ora dopo possiamo partire.
Mi allaccio gli scarponi stringendoli con un doppio fiocco.
“Ah, lo hai capito”, mi fa all’improvviso. Poi comincia a ridere.
“Ogni volta ti metti a ridere. Sei proprio ingrata. L’altro giorno avrei potuto ammazzarmi”.
“E invece ne sei uscito solo con qualche graffio. Ma il botto è stato forte. Ricordi quei due tedeschi come si sono girati di scatto?”
Avevano gridato qualcosa, ma noi non avevamo capito. Stavamo già ridendo. Mi ero impaurito più per loro che per me. Avevo lasciato i lacci degli scarponi con un solo fiocco e quelli del sinistro si erano impigliati sui ganci del destro, bloccandomi le gambe e facendomi finire a terra. Il fragore aveva interrotto la passeggiata dei due germanici e dopo lo stupore iniziale loro si erano subito offerti di aiutarmi. Alla fine solo due graffi alle mani e un pretesto per riderci sopra.
Ci incamminiamo e facciamo qualche centinaio di metri prima di imboccare il sentiero 504. Non le ho ancora detto che la meta è il rifugio Cesare Battisti a 2.380 metri, non ho avuto il coraggio. Sapendolo, magari si impuntava come un mulo e mi obbligava a scegliere un percorso più facile. Meno male che la giornata è bella e che non è per niente caldo.
Dopo nemmeno mezz’ora il sentiero passa vicino ad una baita dove alcune bandiere lasciano capire che è aperto. In realtà già da lontano si sente odore di gulasch.
Una ragazza in grembiule blu sta girando tra i tavoli con kaiserschmarren e boccali di birra, e come si ferma apre il suo marsupio per chiudere il conto ai clienti. Mi domando ogni volta come facciano ad essere tutte uguali. Soprattutto non ce né una brutta.
“Penso facciano un esame prima di assumerle”, dico a Sarah che mi segue a un paio di metri.
“A chi fanno l’esame?”
“Alle cameriere, a chi se no? Non vedi che si somigliano tutte?”
“Non ti sfugge proprio niente, vero?”
“Dai, non mi trattare male. Non ho potuto fare a meno. Hai bisogno di fermarti?”
“No, meglio di no. Ho ancora autonomia, continuiamo”.
Giriamo a lato della baita lanciando un cenno di saluto, passiamo per un cancello che blocca il sentiero e siamo di nuovo sul 504. Oltre un boschetto di abeti la pista si arrampica sul fianco della montagna che si sta avvicinando passo dopo passo.
Nel prato ci sono una decina di vacche che fanno spola da un lato all’altro del pascolo; due sono placidamente sdraiate proprio sul sentiero. Sarah si ferma dietro di me.
“Ora che facciamo? Queste sono davvero grosse, proprio sul nostro sentiero si dovevano mettere!”
“Veramente questa sarebbe casa loro. Siamo noi che siamo entrati nel loro salotto. Non avere paura. Basta non fare movimenti improvvisi”.
Proseguiamo con attenzione. Gli animali ci guardano con superiorità continuando a ruminare. Sulla destra c’è una pezzata rossa con un vitello vivace a fianco.
“Quella è una Simmenthal”, spiego a Sarah.
“Perché le hanno dato il nome della scatoletta?”
“No. Guarda che è il contrario. È la carne in scatola che ha preso il nome dalla razza. Simmenthal è una razza di bovini che chiamano anche pezzata rossa”.
Più avanti incrociamo una famiglia. Il padre porta sulle spalle una biondina tutto pepe che avrà 3 o 4 anni. Li segue un ragazzo di una dozzina d’anni che ciondola un po’; magari l’escursione non è proprio quello che voleva fare oggi. La madre chiude la fila con un paio di fiori in mano.
“Buongiorno”, salutiamo. “Buona passeggiata!” ci rispondono.
Ancora qualche passo e saranno di nuovo degli anonimi turisti.
“Ti sei mai chiesta perché in montagna viene spontaneo salutarsi?” chiedo a Sarah.
“Forse perché siamo stanchi e incrociamo persone stanche”.
“No, non penso. Forse salutiamo perché siamo rilassati. Perché anche stanchi abbiamo la testa libera e torniamo umani”.
Continuiamo a discorrere mentre il sentiero si avvicina a un altro cancello. A fianco c’è un passaggio obbligato dove entrano solo gli umani. Alle vacche è impedito. Loro passano sulla strada principale quando è spalancato.
Appena oltre, il sentiero si fa difficile. Un saliscendi tra massi e arbusti e poi una serie di gradini scavati nel terreno e protetti da tronchi. Incrociamo ancora altri turisti e sembra di essere a un matrimonio: mancano solo i baci.
Venti minuti di questo cammino e capiamo che la pista è scesa di almeno cento metri e il cancello con il passo obbligato è ora su in alto.
“Meno male che siamo in discesa”, mi dice Sarah, “non posso pensare cosa potrebbe essere farlo in salita”.
“Beh, allora siamo stati fortunati. Guarda questi due!”
Finisco appena la frase che vediamo arrivare due ciclisti in mountain bike. Hanno un classico completino bicolore e uno zainetto sulle spalle.
“Per me hanno sbagliato strada”, sussurro. “Questo non è un tracciato per biciclette”.
“Non li invidio”, replica Sarah. “Come faranno lassù! Quanto manca al rifugio?”
“Dai, non disperare. Finora sei stata brava, meglio di uno stambecco! Dobbiamo aggirare questo costone poi ci sarà lo strappo finale”.
L’incoraggiamento viene subito smorzato da alcune gocce. Sono arrivate le nuvole e il cielo si è scurito. È una pioggia leggera e fortunatamente dura solo dieci minuti.
Il sentiero ora corre a fianco della roccia, una pista poco più larga di una metro che ci costringe a camminare in fila. Prima ci siamo spesso tenuti per mano. Su in cima, in mezzo a falesie e ghiaioni, scorgiamo il rifugio. Sembra vicino, ma ci mettiamo un’altra ora per raggiungerlo. Gli ultimi metri sono durissimi.
Birra, uova, speck e patate. What else? La guardo mangiare con soddisfazione e non riesco a trattenermi.
“Posso dirti una cosa?”
“Che c’è?” mi risponde con il boccone in bocca.
“Niente, solo che ti amo!”
 
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