C’era una volta nove

Emmanuele Quindici
24.02.2020
 
C’era una volta nove
È il mezzogiorno di venerdì santo e io sono in piazza a Monte S. Salvo, Appennino campano. Qui la chirurgia urbanistica ha regalato anonime facce nuove agli edifici ristrutturati dopo il terremoto del 1980, eppure rimangono in vista le carie dei ruderi ancora e per sempre abbandonati. Quando ci eravamo trasferiti a Torino avevo cinque anni. Per qualche tempo tornavamo al paese in estate e a Natale; poi una volta ogni tanto, infine mai più, da quando papà e mamma se n’erano andati. D'altronde, io e mio fratello eravamo vissuti nella discontinuità con la nostra vita pre-sisma: mamma e papà ci dicevano di non dare spiegazioni sulla nostra origine, di non usare il dialetto, di non nominare il terremoto. Il lutto della perdita, la vergogna dell’emigrazione, erano cose per i grandi. Ma all'inizio di questa storia c'è un trasloco.
Traslocare ti porta a pareggiare piccoli conti aperti, di cui avevi perso le tracce, e ad aprirne altri, di cui prenderai coscienza solo più avanti. Esistono oggetti scivolati dietro mobili troppo grandi per essere mossi, altri semplicemente scomparsi oltre il territorio vago esplorabile dai nostri ricordi, sopra gli scaffali alti degli armadi, dentro scatole il cui contenuto si fa sempre più incerto con il passare del tempo. Traslocare comporta questo inventario biografico forzato, nel bene e nel male, dentro il percorso che si muove tortuoso tra la dolcezza di alcuni ritrovamenti e il distacco emotivo da altri; ovvero tra il valore sentimentale di ciò che ha maturato l’etichetta di antico e l’indifferenza per ciò che è semplicemente scaduto nella categoria di vecchio.
E così, tenendo fra le mani il mio “sussidiario” di terza elementare, era uscito un foglietto con la mia calligrafia, su cui avevo ricopiato una filastrocca. Me la diceva nonna, metà nel suo dialetto aspro della montagna, metà in italiano, perché noi bambini dovevamo crescere di lingua madre italiana, ora che ci eravamo trasferiti. Il biglietto era strappato, così che la filastrocca iniziava con la seconda strofa:

“C’era una volta due
che correvan dietro a un bue.
Quando questo si voltò
uno fuggi e l’altro scappò.”
Il foglietto era uscito dalle pagine del libro come un genio dalla lampada abbandonata per secoli, e la filastrocca un poco per volta usciva dal capitolo della mia memoria dove giaceva la storia della mia infanzia e da lì, per lunghi anni ripiegata e nascosta, una strofa per volta, la filastrocca si completava:

“C’era una volta sei
che si contavano i nei.
Chi ne aveva di più
Se li tingeva tutti di blu”.
Le strofe emergevano una per una dai miei ricordi, e io notavo come il nonsense si alternasse a immagini più crude: il gatto che graffiava i quattro che gli tiravano la coda, la brutta vecchia che bastonava i cinque che le mostravano le lingue. E il cane che si mangiava il biscotto conteso tra gli otto non era un tenero cucciolo, era un brutto cane nero. Alle monellerie di quegli screanzati, ad ogni strofa più numerosi, seguiva inesorabile il castigo. La vecchiaia è brutta, il nero chiama la paura: perché la vita non è fatta solo di dolcezze e un tempo questa verità non si negava nemmeno ai bambini.
Nel giro di tre giorni ero riuscito a ricostruire nove strofe su dieci. L’ultima, in particolare, mi infondeva una strana inquietudine:
“C’era una volta dieci
che contavano un sacco di ceci.
Quando arrivarono a cento
si addormentarono sul pavimento.”
Vedevo la scena dei dieci ragazzi colti dal sonno, forse per la stanchezza, forse per l’epilogo malvagio di un incantesimo, e questa immagine del letargo collettivo alla fine della filastrocca suscitava in me il sentimento inesorabile della sconfitta, e persino un richiamo implicito alla morte di ognuno, alla fine del conto dei propri giorni. Ma un vuoto totale mi riempiva quando mi sforzavo di recuperare un appiglio minimo con la nona strofa: “C’era una volta nove…” - cominciavo - e da lì non mi muovevo.
Ero ormai nella nuova casa e avevo quasi smesso di pensarci; eppure conservavo il mio bigliettino nel portafoglio e ogni volta che qualcosa mi suggeriva un richiamo alla filastrocca, o al numero nove, il pungolo della strofa mancante tornava, come il fastidio di una minuscola scheggia che portiamo nel dito da giorni. Decisi di sentire qualcuno al paese dei miei (mio fratello conservava solo un vago ricordo di nonna); non avevo che un paio di nomi. Alla fine aveva risposto mia cugina Enza.
Ecco, ora la attendo al bar della piazza. Risento le voci del paese e riconosco in me gli effetti del suono del dialetto. E sento che quelle parole calzano, risuonano familiari nell’architettura della mia memoria acustica, avendole ascoltate per anni, prima da tutti, nel paese, poi da nonna e dai miei genitori, poi solo tra mamma e papà. Infine, soltanto nella mia memoria erano rimaste tracce, sempre più rade. Ora posso chiudere gli occhi e ascoltare, al tavolino del bar di Monte S. Salvo, mentre attendo Enza, che arriva dalla sua lavanderia, oggi chiusa in anticipo in mio onore.
Mentre mi accompagna a casa sua, Enza mi dice del paese, delle difficoltà iniziali dopo il sisma, della ripresa lenta, di ciò che è andato perduto: case, strade, persone, storie. Ma ormai il paese è un altro: guardo le vie e le piazzette, ne riconosco qualcuna, forse mi sbaglio, eppure sento che qualcosa mi ritorna indietro da lontano. Enza abita un po’ fuori, in una villetta come tante altre. Prima di smontare dall’auto non resisto e di punto in bianco le domando se anche lei ricorda la filastrocca di nonna. Lei rimane interdetta, certo non può capire, ancora. A fatica ricorda alcune strofe, ma io ormai le conosco alla perfezione, tutte tranne una, e la aiuto. Possibile che lei ricordi la nona, di cui io ho smarrito ogni traccia? E infatti sì, le esce dalla bocca, precisa, immediata, e fa:

“C’era una volta nove
che dicevano nessuno ci muove!
Arrivò un terremoto
e li buttò tutti nel vuoto.”
Il viso di Enza smarrisce il sorriso per un attimo. Poi mi dice “Sai, quella parola qui fa ancora paura…”.
Io finalmente capisco. Lasciato il paese, nonna aveva tolto il terremoto dalla filastrocca: noi bambini dovevamo rimuovere dalla memoria quel giorno della storia della nostra famiglia in cui la montagna aveva voluto scrollarci via da sé, buttandoci tutti nel vuoto, e quel giorno doveva essere cancellato dalla nostra esistenza. Eppure, di quello che io ero ormai, ben poco sarebbe stato senza quel terremoto.
Entro nella casa, che - a differenza della mia - è luminosa e impeccabile e piena di soprammobili di ogni tipo. Suo marito Giovanni non l’ho ancora conosciuto, ma mi abbraccia a lungo; è orgoglioso del mio ritorno al paese, dopo tanti anni. Anche loro hanno cambiato casa da poco. Enza sorride ogni momento mentre me la mostra.
 
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