Il giorno della tigre

Klaus Papula
 
Il giorno della tigre
Quando la mamma il venerdì va via, si traveste da tigre. Indossa un cappellino con orecchie a punta, lunghi guanti neri, un costume bianco attillato con strisce nere. Avrebbe anche una coda, ma di solito la lascia a casa. Le labbra sono truccate di bianco. Indossa calze a rete nere, scarpe nere con tacchi molto alti.
“Dormi bene, tesoro mio”, dice, schioccandomi un bacio sulla guancia, e poi se ne va. Tornerà l’indomani mattina e mi preparerà un panino al burro.
Quando la mamma la sera esce, lo zio Theo si prende cura di me. Mi lava i denti, mi mette a letto, mi legge una storia prima di spegnere la luce. È un uomo intelligente e posso fargli molte domande sulle parole che ho sentito ma che non capisco, parole come fallimento o ufficiale giudiziario o fare marchette. Un ufficiale giudiziario, ad esempio, è un uomo che si mangia tutto ciò che ha nel piatto, “... come dovresti fare tu”, dice zio Theo. Zio Theo vive nell’appartamento sotto di noi. Un tempo mia madre lasciava prima l’appartamento, dopo che io mi ero addormentato. Ora vado a dormire e dopo lei lascia l’appartamento. L’abbiamo concordato.
“Non voglio che tu vada. Sono triste quando te ne vai”, ho detto.
“Abbiamo perso tutto e abbiamo bisogno di soldi”, ha detto la mamma, “domani avremo l'intera giornata per noi due.”
Da allora il venerdì notte è la notte della tigre. Ogni settimana. Il venerdì mia madre è una tigre e vado a dormire più tardi. Negoziamo cose di questo tipo.
“Tutto è un affare”, dice mia madre, “anche la felicità”.
Un mattino, dopo la notte della tigre, mia madre era seduta accanto a me in cucina a bere caffè nero. Le sue labbra erano ancora bianche. Le orecchie di tigre erano state gettate via, i guanti erano sul pavimento nell'anticamera.
“Mamma, oggi è la festa di carnevale”, ho detto.
Il pastore terrà un discorso, ho pensato. Gli insegnanti serviranno delle bevande. Il sindaco distribuirà krapfen.
“Ti piacerebbe travestirti nuovamente da indiano?”, ha chiesto la mamma, farcendo il mio panino al burro “o da Superman?”
“Oggi diventerò una tigre”, ho detto.
“No, non come una tigre”, ha detto mia madre con fermezza gettando il coltello nel lavandino, “mangia il tuo panino!”
Non toccai il panino.
“È stata la tua notte della tigre. Ora è il turno del mio giorno della tigre. Tutto è un business”, ho detto.
La mamma si è accesa una sigaretta e ha aspirato profondamente. La punta della sigaretta si è illuminata di rosso. Ha fatto roteare la punta della sigaretta sul posacenere in modo da formare un cono nero.
“È un mondo pericoloso, il mondo delle tigri. Coccodrilli. Pitoni. Uomini con le pistole. La giungla è come un treno fantasma”.
“Non importa”, ho detto, pensando che non avrei dovuto dimenticare di chiedere a Zio Theo cosa sia un pitone.
La mamma ha spento la sigaretta nel posacenere e ha detto: “Vado sdraiarmi, tigre, più tardi compreremo quello che ti serve.”

La mamma ha dormito fino all’una. Quindi siamo andati al negozio per il costume. Il commesso mi ha infilato un soffice sacco a strisce marrone e bianco con il muso di una tigre.
“Una tigre non è un peluche” ho detto e mi sono tolto il costume.
"Non hai nient'altro?" ha chiesto la mamma al commesso. Lui è entrato in una delle stanze sul retro, è tornato con un costume da orso, poi con un costume da pantera rosa.
“Questo non è il modo in cui noi facciamo affari”, ha detto mia madre, prendendomi per mano.
Una volta a casa, ha tirato fuori dal mio comò un pigiama bianco. È salita su una poltrona, ha preso la sua scatola di fili e di aghi dall’armadio.
“Portami le forbici dalla cucina”, ha detto.
Quindi ha tagliato una canotta nera e cucito le strisce nere sul pigiama.
“Le tigri non sono gialle con strisce nere?” ho chiesto.
“È inverno. Sei una tigre delle nevi siberiana”, ha detto, facendomi indossare il pigiama.
“La tigre delle nevi siberiana è bianca con strisce nere. È la tigre più pericolosa del mondo. È una mangiatrice di uomini”.
Poi ha dipinto il mio viso, le labbra bianche, gli occhi neri. La mamma aveva un buon odore mentre si sporgeva su di me. Mi sono incastrato in bocca i denti da vampiro che avevo indossato ad Halloween e ho soffiato. La mamma ha acceso una sigaretta con soddisfazione.
Sono scomparso nella camera da letto e sono tornato con il costume da tigre di mia madre.
“Dovrei indossarlo?” ha detto la mamma ridendo.
“Ti prego, mamma, siamo tigri delle nevi. Siamo mangiatori di uomini”.
Ha sbuffato e il fumo bianco della sigaretta è uscito dalla sua bocca come un caldo respiro di tigre in una notte invernale siberiana illuminata dalla luna.

Quando siamo entrati nella sala parrocchiale, la festa era già in corso. Ghirlande e lanterne pendevano dal soffitto. La banda suonava una marcia e il prete, vestito da detenuto con una catenella e una palla di ferro sulla gamba, ha fatto un discorso sugli spalti. Il sindaco gli stava accanto vestito da pollo. Un naso giallo senape gli pendeva dal naso. Teneva la scatola di ciambelle tra i suoi artigli da pollo. Gli insegnanti si sono travestiti da puffi ques’'anno. I cappelli bianchi pendevano tristemente dalle loro teste.
Ho afferrato la mano di mia madre. Al centro della sala c’era un passaggio tra le sedie, e ci siamo passati in mezzo. La mamma indossava il suo costume da tigre con calze a rete, guanti neri e lunghissimi, un berretto con orecchie a punta e le scarpe con i tacchi. La coda della sua tigre si snodava dall’estremità dei suoi guanti. La punta della coda girava attorno al suo polso come un lazo. L’ho guardata. Era una magnifica tigre. Era una vera mangiatrice di uomini. Ho portato mia madre nelle prime file, dove c’erano due posti liberi.
“Mamma, la giungla è meglio di un treno fantasma!” ho detto entusiasta.
Il pastore ha strappato la sua catena, la palla è caduta sui suoi piedi. I puffi hanno unito i loro cappelli e sussurrato qualcosa. Il pollo ha fatto oscillare il becco, poi ha preso il microfono e ha detto: "Bene, ora distribuiamo le ciambelle".
“Prendi la tua ciambella, tigre!” ha detto la mamma e mi ha dato una spinta. Sono saltato di fronte a quel pollo del sindaco e ho raggiunto la scatola.
“Solo uno a testa!” ha soggiunto il pollo.
Ho dato un morso agli artigli di pollo con i denti da vampiro, ho preso due ciambelle e ho detto: “Anche per la mamma!”
Quando mia madre è andata a dormire, la sera, mi è stato permesso di tenere il mio costume da tigre. Mi ha accarezzato le guance e mi ha raccontato una fiaba che non ricordo. Quello che ricordo è la tenerezza delle sue mani e il suono serio della sua voce quando mi ha chiesto: “Sei felice oggi?”
“Molto felice,” ho detto, abbracciandola forte, e lei ha detto: “Allora va bene.”

Traduzione: Piera Ghisu e Stefano Zangrando




 
Twitter Facebook Drucken