Il ritorno

Elena Tognoli
24.02.2020
 
Il ritorno
18 maggio
Mollo tutto e me ne vado. Le palme, il mare tropicale e la spazzatura salmastra. Mi è insopportabile la vita all’equatore, senza stagioni e cambi d’ora, non riconosco la mia pelle sudata, mi specchio e vedo una persona dai lineamenti familiari, l’espressione ferina di chi vuole distruggere tutto. Durante le traversate in barca per raggiungere la missione fisso le onde da vicino, si increspano in piccole vette, mi ricordano le montagne, mi fanno sentire bene.
Mollo tutto, questa sera glielo dico.

17 giugno
Negli aeroporti ci si abbandona ai nastri trasportatori, si esibisce la propria identità con il passaporto, quando si chiude il passaporto l’identità rimane lì dentro, si torna ad essere consumatori di prodotti duty-free, individui in transito che, per qualche ora, nel ventre di un aereo condividono un destino comune.
Dodici ore il volo. Una volta ci sarebbero volute settimane per lo stesso tragitto, forse era meglio. Forse dodici ore non sono sufficienti per passare dall’equatore a 1400 metri sul livello del mare.

7 luglio
Dei cugini di mio padre è rimasta solo Maria Dora. La piccola valle, trasversale rispetto a quelle più turistiche e più importanti, negli anni si è svuotata. Rimango qui per un po’, finché sarò più in carne e potrò rispondere a chi chiede di me. Adesso non so cosa dire al riguardo, posso descrivere cose che ho fatto, allinearle una dopo l’altra come diligenti palline di un abaco, comunque mentire. Mi sembra che la mia vita degli ultimi anni non mi riguardi, ho accumulato qualifiche e destinazioni di lavoro esotiche come si raccolgono i punti del supermercato.

18 agosto
Voglio aspettare l’autunno per vedere le betulle diventare foglia d’oro. Da bambina pelavo il loro tronco bianco, mi chiedevo se sentissero qualcosa, se provassero dolore come quando mi toglievo le pellicine delle mani. Maria Dora ogni tanto mi viene a trovare, non parla molto, è in pensione ed è sempre impegnata con la casa e con il bosco subito dietro, come intenta a negoziare un patto segreto con gli alberi. Se fossi cresciuta qui forse avrei saputo anch’io parlare quella lingua, o quantomeno capirla. Invece parlo lingue che da queste parti nessuno capisce.

3 settembre
Le giornate sono più corte, il sole scappa dietro la montagna dall’altra parte della valle e la sua ombra mi afferra le spalle nel tardo pomeriggio. Una mia collega cresciuta in una città di mare mi diceva che le montagne la soffocano per la mancanza di un orizzonte aperto. Per me è sempre stato il contrario, scivolo in valle come in una culla, il massiccio granitico mi fa la guardia e mi protegge, è un gigante buono. Ho sempre fatto di questa nostalgia il cardine della mia identità da espatriata. Potevo definirmi solo contrapponendo al caldo polveroso dei luoghi in cui lavoravo il freddo candido di queste vette. Raccontavo di come qui tutto fosse terso e pulito, da lontano si vedono le cose con un’evidenza schiacciante e schematica. Tuttavia, adesso che ci sono dentro e che i pochi turisti della stagione estiva se ne sono andati, ho l’impressione di essere l’unica estranea.

15 ottobre
Maria Dora viene a prendere il tè quasi tutti i pomeriggi. Mi guarda come se sapesse qualcosa, come se intuisse il mio senso di colpa. Ho disatteso il mito fondante della mia famiglia di emigranti che non recidono il tronco, io qui non so reinnestarmi. Dalla valle se ne erano tutti partiti a fine Ottocento, in qualche modo erano arrivati in Francia, da Le Havre erano salpati per gli Stati Uniti, prima New York e poi la California. Dopo anni erano tutti tornati, con i soldi fatti in miniera avevano costruito un hotel e impiantato qualche altro commercio. Non erano più ripartiti, almeno fino all’ondata migratoria del secondo dopoguerra. Tornare al paese mi ha estirpato le radici nodose dell’albero genealogico che, da lontano, ho assunto e narrato come una favola e come un destino. Non mi sento più parte dello stesso ceppo.

16 novembre
È stato facile trovare una nuova missione, hanno subito accettato il mio curriculum. Fissato il biglietto aereo rimango a contare i giorni, a provare fitte di nostalgia per quello che c’è ancora. Comincio ad ammucchiare cose in valigia come a nascondere ogni traccia del mio transito. Penso che i ragni si siano accorti che me ne sto andando, li lascio in pace, è più casa loro che mia. Ho invitato Maria Dora a cena, le dico che la ammiro perché è restata, che ammiro il suo stile di vita e tutti i suoi riti. Vorrei anch’io avere dei riti che cambiano con le stagioni. “Ci si organizza”, mi dice.

20 dicembre
Non ha ancora nevicato, mi dispiace non aver visto la neve, a certe latitudini è difficile immaginarla. Parto domani, il giorno prima è sempre così: tutto diventa più remoto e irreale, in realtà si è già partiti. Mi sento più leggera, mi dico che forse questa volta non sentirò il bisogno di tornare, non racconterò ai nuovi colleghi dei luoghi a cui appartengo, sarebbe una truffa. Spogliata di tutto sarò solo io, conoscerò la mia essenza atopica. Maria Dora è venuta a salutarmi e mi ha messo in mano una lettera, non l’ho ancora aperta.

21 dicembre
Dalla busta sono usciti due fogli, uno riporta una breve nota di Maria Dora. “Rotola come una pigna”, c’è scritto. La leggo e sorrido, mi rendo conto di essere stata osservata e capita duranti tutti questi mesi in cui ho faticato a piantumarmi. L’altro foglio è piccolo e fragile come di carta velina, riporta la data 2 gennaio 1888, la firma è del trisavolo Piero detto Peter. “Cari Padre e Madre, penso con affetto alla casa. Fra pochi mesi vedrò il paese e poi sarà quel che sarà. Se per caso non potrò rimanere in Europa, verrò di ritorno all’America che se ci vivono gli altri mi potrò adattare anch’io. Certo mi manca portar le vacche in alpeggio e le montagne di Barbione.”
Sul treno verso l’aeroporto tengo in mano la lettera e ho l’impressione di vivere un momento essenziale e allo stesso tempo ridicolo. Mi guardo nel finestrino, una pigna che cade da un abete e rotola, come tante altre pigne prima di lei. Secondo le necessità del caso arriva da qualche parte, si sforza di definire un’immagine solida di sé, un territorio circoscritto da anteporre ad altri territori per limitare l’invasione. Eppure, mi dico, forse la mia essenza di pigna non è stabile ma è in transito, è proprio questo impreciso rotolare fra transatlantici e aerei, conoscersi attraverso un approssimativo specchiarsi nei finestrini, vedere la propria immagine riflessa e, dietro di essa in trasparenza, il paesaggio che scorre lungo i binari e il cielo e tutti i paesaggi che ci si porta dentro, vederli diventare tutt’uno, accettare di perdersi in dissolvenza.
 
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