Ilde

Camilla Marrese
24.02.2020
 
Ilde
Casa di Ilde è una casa con i muri bianchi. La luce del tramonto, che la colpisce di taglio, crea un rettangolo arancione brillante, quasi un dipinto. Anche i capelli di Ilde, bianchi se possibile più della casa, brillano: sono le sei di sera di un giorno di fine inverno e lei, con due sacchetti della spesa tra le mani, torna verso casa.
Casa di Ilde è in quella parte della terra appena dopo il paese, appena prima dei boschi. Dieci minuti a piedi dall’alimentari: una passeggiata che, negli anni, ha preso la forma di un rituale (si chiede che cosa in effetti non abbia fatto la stessa fine, nella sua vita di settantenne, e forse rituale è solo un modo per dire quotidianità sempre uguale?). I pensieri di Ilde vengono interrotti da uno sbalzo improvviso. Non anche oggi, pensa. Sono quattro sere di fila che all’ingresso del vialetto si imbatte in un gatto. I movimenti troppo imprevedibili, troppo a scatti fanno sì che Ilde, con il suo passo lento, ne sia terrorizzata. Come i giorni precedenti, Ilde si ferma. Il gatto, immobile, la guarda in posizione da gatto. Fisso nelle pupille, come una statua. Si solleva sulle zampe posteriori e inizia a miagolare. Ilde fa dietro front e prende un vialetto secondario, più lungo e faticoso, cosa che certo non può far bene alle gambe – ma almeno non c’è traccia del felino. Quando arriva a casa è completamente buio. Appoggiati i sacchetti a terra per girare le chiavi nella toppa, alle sue spalle Ilde sente l’erba muoversi. Volta la testa di qualche grado e subito, più veloce che può, entra in casa e sbatte la porta con forza un attimo prima che l’animale possa entrare. Ilde si guarda le mani, tremano: è impercettibile, ma tremano. Prende in mano la spesa e comincia a riempire il frigo.
Più tardi, sul divano, un libro sulle ginocchia e la sua tisana in mano, Ilde si chiede se non possa aver ferito la bestiola chiudendo la porta. Lo scatto era stato talmente istintivo e fuori dal suo controllo, e in più Ilde non aveva mai avuto il dono della coordinazione. Il dubbio di averlo schiacciato, o comunque colpito, continua a crescere, poteva averlo ucciso? Poteva di sicuro avergli fatto del male. Quella sera non riesce ad andare a letto tranquilla. Pensa alla delicatezza che le manca e che aveva invece Arturo. A lui quello strano animale sarebbe piaciuto. Il pensiero del marito la porta, mentre prova ad addormentarsi, a stringere il cuscino un po’ più forte del solito.
La mattina dopo fa colazione rapidamente e quando apre la porta della cucina tutto è come ogni giorno: la luce chiara, un po’ di brina sull’erba e nessuna scena del crimine, né sangue né pezzi di animale. Quando Ilde ritrova il gatto la sera, sempre sulla solita strada, prova un briciolo di sollievo: seppure latente, non l’aveva abbandonata il pensiero che, anche senza sanguinamento, l’animale avrebbe comunque potuto restare contuso. La scena del giorno precedente si ripete: dopo averlo evitato sul percorso, Ilde se lo ritrova vicino alla porta di casa, questa volta distante una dozzina di metri, fermo. Guardando poi qualche decina di minuti più tardi fuori dalla finestra, lo scorge lì, in posizione di palla felina, a dormire nel fresco della sera. La sensazione di essere come braccata lascia spazio a una sorta di strano, nuovo dispiacere quando poco dopo, sbirciando ancora tra le tende, non lo vede più. Le cose si ripetono, uguali, per giorni. La presenza distante del gatto rimane una costante e Ilde si ritrova a pensare, lei che mai e poi mai avrebbe dato da mangiare ad un animale per poi trovarselo sempre tra i piedi, forse potrei dargli un po’ del tonno avanzato dalla cena? Tanto è sempre in mezzo lo stesso. In una busta di plastica, porta il cibo appena fuori dalla porta. Vorrebbe poggiarlo su un piattino, ma in realtà una volta lì fuori non può fare altro che lanciarlo in maniera scomposta sul prato e tornare, più veloce che può, in casa a guardare, protetta dal vetro della finestra. Il gatto immobile osserva, poi lentamente e con circospezione si avvicina. Ilde è felice di scoprire, nei suoi movimenti, una nuova delicatezza.
Due mesi dopo tutto è stazionario, invariato. Senza sapere dove trascorra le giornate, Ilde la sera lo trova sempre lì. Il primo contatto fisico non sarebbe mai avvenuto se un pomeriggio, stendendo le lenzuola, Ilde non se lo fosse visto improvvisamente di fianco. Nell’attesa di rimanere mortalmente spaventata, Ilde in realtà scopre di non esserlo più di tanto, solo il solito leggero tremore alle mani. Il gatto la guarda in posizione di gatto a palla. È evidente che lui è stato in grado di assorbire la presenza di Ilde più di quanto lei abbia potuto fare, e il pensiero di questa inferiorità la infastidisce. Ilde si china. La paura dei felini era sua sin da quando potesse ricordare, profonda e radicata tanto quanto il suo amore per i libri e l’arte, il suo disinteresse per la politica, il suo odio verso i cibi speziati e lo sport. La madre di Ilde era terrorizzata dai gatti e lo stesso era stato per lei: un timore al quale si era affidata in modo istintivo e animalesco. Frena l’impulso atavico della fuga. Il gatto le dà il fianco e per la prima volta in vita sua Ilde può sentire il rumore delle fusa. Quando, dopo vari tentativi di avvicinamento, riesce ad accarezzarlo, sente il pelo morbido tra le dita, le ossa subito sotto, le vibrazioni. Si alza e senza voltarsi indietro torna verso casa.
Perché il gatto possa entrare in casa deve passare altro tempo, e poi altro ancora perché venga accettato sulla poltrona e infine in braccio (e non senza che per questo Ilde rompa, nello spavento, almeno un paio di tazze di tè). Con il gatto sulle ginocchia a darle la schiena, Ilde si ritrova a pensarsi felice di non essere l’ultima vivente ad avere, nel proprio campo visivo, i quadri della casa, a poter sentire la morbidezza del tappeto, il freddo del marmo sotto i piedi.
Adesso Ilde aspetta il gatto ogni giorno rientrando dalla passeggiata, cucinando si chiede se gli ipotetici avanzi possano o meno piacergli, lo chiama sulle gambe quando si siede per leggere: una mano sul libro e l’altra a scorrere veloce e un po’ sconnessa sul pelo. Non aveva mai conosciuto in settant’anni, Ilde, un rapporto che come questo stesse in piedi sulla reciproca indipendenza, semplicemente per un fatto di incastri spontanei. Chissà, si domanda una notte prima di addormentarsi, quante altre cose di me non conosco, quante altre cose mi perdo. All’improvviso s’immagina pianista, o maestra elementare, o esploratrice di terre lontane, e nel farlo stringe il cuscino, un po’ di più. Si trova spesso a dire, alle amiche che le telefonano alle volte la sera: “Se me lo avessero raccontato anche solo un anno fa, dico davvero, non ci avrei creduto”.
 
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