La ragazza senza paura

Philippe Patra
 
La ragazza senza paura
In quella buia mattina di novembre, Robert Harms stava in piedi di fronte all’ultimo semaforo nei pressi della torre del suo ufficio. Sollevò brevemente gli avampiedi sui talloni, e nel farlo provò un subitaneo imbarazzo. Gli sembrava di aver compiuto un’oscenità davanti alle persone che stavano accanto a lui in attesa – uomini come lui ben piantati in terra con le loro scarpe di cuoio, abiti ben tagliati e cappotti scuri. Prima di correre una seconda volta quel rischio, fece per andare – ma non andò.
Dall’altra parte della strada c'era una bambina, avrà avuto sette anni. Contrariamente alla folla uniforme che stava dalla sua parte, lì lei era sola. A quell’ora il flusso di persone si dirigeva nella direzione opposta, verso Westend. Secondo lui, lei veniva da una direzione decisamente sbagliata. Alle sue spalle c’erano solo edifici per uffici e il quartiere fieristico. Indossava un piumino rosa, il cappuccio con il collo di pelliccia alzato; un gilet di sicurezza giallo fluorescente sopra la giacca e uno zaino sul retro; le gambe erano fasciate da leggings bianchi e i piedi da stivali dopo sci. I genitori erano stati fin troppo premurosi nel vestirla. Lo strato di vestiti le bloccava le braccia piuttosto che lasciarle andare. Sembrava un’astronauta che si era allontanata troppo dalla sua navicella e che ora vagava sola nello spazio come un piccolo punto luminoso; gli occhi inutilmente puntati su di lui.
Quando incrociò il suo sguardo, lo fece fermare per un momento. C’era lui e c’erano tutte le sue routine e improvvisamente erano due cose diverse. All’improvviso fu solo con se stesso in un modo insolito. L’aria smossa da un furgoncino schiaffò in faccia a Harms l’umidità del mattino. “Lontano da là” gli passò per la testa. “Sei lontano da là”. Così egli rimase in un luogo senza anima, davanti a lui sfrecciavano le carcasse di stagno delle auto, dietro di lui le ruote metalliche del tram stridevano; l’asfalto bagnato e poco sotto l'asfalto bagnato i cavi in fibra ottica; nei cavi un flusso colorato di derivati, obbligazioni, certificati e futures. Era lì sotto che girava la grande ruota. In quello stesso istante merci di ogni genere affluivano sotto i suoi piedi dall’Estremo Oriente; la borsa di Tokyo stava per chiudere. Tra un’ora si sarebbero mosse quelle europee e New York si sarebbe unita al coro nel pomeriggio. Era scattato il verde.

Col senno di poi, non riuscì a dire perché fosse successo. Lo attribuì allo straniamento che quella bambina aveva causato. All’improvviso sentì il bisogno di metterla in guardia contro qualcosa. Quando furono alla stessa altezza, la piccola astronauta e lui, si chinò verso la ragazzina con quello stesso moto d’animo per cui il grande ha pietà per il più piccolo. Mentre compì quel gesto gli fu chiaro che stava lasciando il guscio protettivo dell’ordinario. Una volta iniziato, quell’atto doveva concludersi in qualche modo. “Stai attenta”, si sentì di dire. Intendeva dire “Prenditi cura di te, è buio e la città non è un parco giochi”. Due occhi lo guardarono sospettosamente dal cappuccio di pelliccia, e a quello sguardo seguì un doloroso calcio sugli stinchi con gli stivali dopo sci, quindi la bambina scappò via senza dire una parola. Si strofinò la gamba e fissò lo zaino penzolante. L’unicorno sul retro della cartella annuì come se si stesse rivolgendo a lui. Nel punto dei pantaloni in cui l’aveva colpito, c’era una grande macchia color fango, sul blu scuro. Il clacson di una berlina lo fece sussultare e lo cacciò dalla strada. Il flusso sanguigno gli arrivò alla testa con un tonfo. Ancora stordito, si rifugiò in disparte nella piazza di fronte alla fiera.
Cosa diamine ci faceva in questa città, in questa torre, in questo abito? La sua vita era stata un malinteso per anni. La banca dove aveva lavorato da quando aveva lasciato Wilmersheim non era altro che un gigantesco centro di scommesse dove stampava allegramente i biglietti e li porgeva sotto banco. Aveva preso ciò che aveva trovato, materie prime, valute, terra, aria e acqua – ci aveva messo su un’etichetta e lo aveva messo in viaggio. Il tempo aveva fatto il resto. I suoi guadagni erano costituiti da speranze garantite o destini devastati.
Una moquette, gli venne improvvisamente in mente. Deve essere stato a causa di una moquette che un giorno si sarebbe di nuovo trovato davanti a una borsa valori. La filiale Sparkasse era a quel tempo l’unica attività di Wilmersheim progettata con un pavimento decente. Ogni volta che andava alla filiale con sua madre, trovava quella stanza fresca, il tono gradevole delle conversazioni e il passeggiare sulla moquette piacevolmente rilassante.
Era come se ci fosse una verità nascosta in quei sussurri, che gli adulti cercavano di apprezzare con una compita serietà. Qui deve aver maturato l’idea che ne sarebbe valsa la pena, rimanere in seguito in un ambiente simile. Ce l’aveva fatta. Ora lavorava nella piccola parte scarsamente insonorizzata di un ufficio open space e aveva lasciato che un unicorno colorato gli mostrasse la lingua.

Harms era ancora nella piazza. Sebbene fosse fermo immobile da alcuni minuti, nessuno lo aveva notato. Il suo sguardo paralizzato era tutt’uno con lo sfondo e giaceva come un relitto spiaggiato sulla riva di un grande ruscello quando improvvisamente caddero i primi fiocchi di neve. All’inizio diradata, la caduta silenziosa aumentò rapidamente di intensità. Una lanugine bianca coprì presto la piazza e attutì i rumori della città. In quel momento, una lieve speranza si fece strada in lui. Fu uno di quei rari momenti in cui la somma delle parti interne e esterne si unisce improvvisamente. Harms sorrise. Aveva lasciato la moquette alle spalle. Il suo ufficio sarebbe rimasto vuoto quel giorno e oltre.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno, sulla strada che dalla scuola va verso casa, una ragazzina davanti alla fiera saltellava in mezzo alla neve fresca e incontaminata. Tracciava sulla superficie bianca e immacolata grandi segni con la suola dei suoi stivali dopo-sci, come se stesse facendo i primi passi su un pianeta alieno. Per un breve momento rimase stupita dalle impronte che sembravano non iniziare da nessuna parte e alla fine si perdevano nella direzione della strada d’uscita. Ma poi comprese. Mary Poppins, pensò la ragazza, doveva essere scesa col suo ombrello per atterrare in mezzo alla piazza.

Traduzione: Piera Ghisu e Stefano Zangrando


 
Twitter Facebook Drucken