Me stessa nello stesso momento

Nadia Rungger
 
Me stessa nello stesso momento
Mi soffio il naso. Non c’è niente di più irritante che incontrare una persona che un tempo si conosceva bene, e poi non si è frequentata per lungo tempo. Rimetto il fazzoletto in tasca. Che spiacevole sensazione. Aspetto da un po’ di tempo davanti al Café Frida, aspetto e mi guardo intorno. Le sedie sulla terrazza sono ammucchiate, i tavoli messi da parte, non piove quasi più. Gocciola dagli ombrelloni piegati. Il tessuto è di un rosso scuro, posso immaginare che sia più leggero quando è asciutto. Le comparse di questo mercoledì mi sfilano davanti, madri e carrozzine, nonne con cappelli di feltro viola, persone con cani e persone senza cani, qualche ciclista. Schiaccio coi piedi una foglia bagnata e la faccio scorrere tra le pietre del selciato. Mentre mi chiedo se riuscirò ancora a riconoscere la persona o se sarà lei a riconoscermi, noto una figura familiare dall’altra parte della strada. Da quanto tempo mi guarda? È troppo distante per salutarmi a voce alta, quindi faccio un cenno e quando risponde al mio saluto penso che sembri stupido salutarsi così.
Ci sediamo al tavolo numero cinque. Ordino un caffè. Lei prende una cioccolata calda, e insieme mangeremo una fetta di torta di mele.
Penso a come iniziare una conversazione dopo cinque anni. “Cinque anni sono proprio tanti”, dico allora.
Lei propone di raccontarci cosa stiamo facendo.
“La scuola mi impegna davvero tanto. Però questo fine settimana è stato bello, ho fatto un’escursione con Elisabeth”, dice. Elisabeth? “È proprio divertente”, dice. La cameriera ci porta da bere. Giro il caffè con un cucchiaio. Lei apre la bustina di carta e versa lo zucchero nella sua tazza.
“Per il resto?”, chiedo.
“A casa”, inizia, a casa, penso. Com’è che andava? Scuoto la testa.
“No?” chiede esitante.
“No”, dico. “Voglio dire, cosa hai detto?”
“A casa”, ricomincia, questa volta sostenendo il mio sguardo in modo che i miei pensieri non possano vagare. Provo a seguire le storie di un aspirapolvere rotto e del parto di un gatto, ma le cose si confondono. Ha amici con cui non parlo più. Sa cose che non ricordo e non conosce cose che conosco. Vive in un posto dove non sono stata per molto tempo. Lei ha altri pensieri. Non le piace il caffè. Beve cioccolata calda e tutta la sua realtà ha un sapore diverso dal mio.
“E a te”, dice lei, "come va?"
Le rispondo. Le parlo dell’andare via, dello studiare e del vivere. Parlo di uno strudel di verdure con pasta sfoglia dolce, dell’imparare, di pomeriggi assolati nel parco della città con una chitarra, e lei ascolta e annuisce nei momenti giusti, ma non so quanto possa davvero capire ciò che sto dicendo.
“Sei cresciuta”, dice.
“E tu,” dico, “sei rimasta giovane”.
Ride mentre la mia espressione si blocca. “Questo è ciò che caratterizza l’essere più giovane.”
Com’è che sto seduta qui con questa sciarpa a scacchi intorno al collo e questo maglione azzurro. Non ho più questa sciarpa e cosa è successo agli orecchini? Cosa mi è successo? Non vedo alcuna connessione tra di noi. Probabilmente c’è, ma non vedo nulla lì, solo un tavolo liscio e briciole di torta di mele su un piatto vuoto. Uso una forchetta per spostare le briciole avanti e indietro, per ricongiungerne due leggermente distanti in una linea. Ma com’è che va? Le linee sono costituite solo da punti. La forchetta mi sfugge di mano. “Vado un attimo in bagno.”
Ecco cosa mi sta davanti: la mia immagine riflessa e familiare. Mi lavo le mani con l’acqua calda e al contempo provo paura. Paura di aver dimenticato troppo di me stessa. Di aver dimenticato me stessa. Perdo così tante cose ogni giorno: penne, capelli, fili, la motivazione. Orecchini. Non sempre noto subito quando mi manca qualcosa. Continuo a perdere ricordi e non me ne accorgo nemmeno. E poi in un giorno come oggi, non trovo la connessione. Mi asciugo le mani sui jeans e torno al tavolo numero 5.
“Com’è la cioccolata calda?”, chiedo.
“Buona”, dice, e mi porge la tazza. “Vuoi assaggiare?”
La cioccolata calda ora è tiepida, al punto giusto. Guardo il mio io più giovane, il mio sguardo interrogativo diventa uno specchio spostato nel tempo. Qualcosa è ancora lì. A volte c’è un odore, un suono, un ricordo. Basta una cioccolata calda e ho di nuovo quindici anni, seduta qui come facevo a scuola. Non c’è bisogno di riconoscere la connessione tra di noi, siamo già collegati.
“Questa Elisabeth”, chiedo finalmente. “Chi è?”
Comincia a raccontare, questa volta ridiamo insieme. E a poco a poco ritrovo attimi che in realtà non ho mai cercato.
“Dovremmo incontrarci più spesso”, mi dice congedandosi. “Potremmo anche invitare gli altri”.
Chiudo gli occhi e immagino come saremmo tutti seduti a un grande tavolo. Io 1, Io 2, Io 3, Io 4, 5, 8, 12. Tutti così diversi e così uguali allo stesso tempo. Poi riapro gli occhi. Lì son seduta, al tavolo numero 5, bevo l’ultimo sorso di caffè, poi uno di cioccolata calda e mangio le briciole rimanenti con le dita.
Pago alla cassa e esco. Andare da sola in un bar, probabilmente non l’avrei fatto a quindici anni. Fuori soffia un vento freddo, presto sarà novembre. Le comparse sono ancora lì, probabilmente non sono le stesse, ma chi può dirlo. I ciclisti ora guidano con le luci, mi superano col rosso. Chiudo la zip della giacca fino in fondo, avrei dovuto portare con me una sciarpa. Sei diventata grande, mi dice.
“No”, penso io, “tu”.

Traduzione: Piera Ghisu e Stefano Zangrando

 
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