Ufficiale

Susan Tumbrel
 
Ufficiale
Con uno stanco “Dinnng!” il display del contatore indicò il 37 e nessuno rispose.
“Trentasette!” sbraitò l’ufficiale.
Alice guardò assonnata il pezzetto di carta in mano su cui era stampato un 36. Saltò in piedi e corse allo sportello: “Scusi! Ha saltato il 36!”
L’ufficiale la fissò con uno sguardo vacuo.
“I numeri pari sono al terzo” ringhiò l'uomo.
“Come prego?”
“Precisamente. I numeri. Vengono. Processati. Al terzo.”
“Al terzo cosa?!” Chiese Alice senza capire.
“Al terzo piano, ovviamente!”
“Cosa...? Ma perché?”
Alice si allontanò confusa. Prese la borsetta e la giacca, nel frattempo che due persone in attesa corsero immediatamente verso la sedia, e andò scoraggiata al terzo piano.
40 stava scritto sul display illuminato sopra l'interruttore.
“Scusi?” Cercò di attirare l'attenzione dell’impiegato. “Ero al piano sbagliato perché non sapevo che i numeri pari ...”
“Nuovo numero!”, scattò l'ufficiale.
“Ma...”
L’uomo la guardò così cupamente che si arrese e prese un nuovo numero. 112.
Tutte le sedie erano occupate. Così Alice si lasciò scivolare sul pavimento e si appoggiò contro il muro. Era terribilmente affamata e incredibilmente stanca.
“Non si sieda sul pavimento!”, ordinò una voce aspra. Alice vide una guardia di sicurezza minacciosa, si alzò con fatica e chiese: “Ci sono posti altrove?”
“No.”
Gli altri in piedi guardarono Alice con simpatia o con malizia. Sospirò piano, quasi aspettandosi che apparisse un altro uomo in uniforme per abbaiare: “Non sospirare!”
Ore dopo il display arrivò finalmente al 112 e Alice andò allo sportello.
“Buona sera. Ho questa lettera...”
“Numero?”
“Come prego?”
“Devo vedere il foglietto con il numero. Potrebbe aver saltato la fila!”
Alice sbatté le palpebre freneticamente. Quindi prese il numero dalla tasca e lo spinse attraverso la fessura. L'impiegato guardò con disapprovazione i pezzi di carta spiegazzati e umidicci nelle sue mani.
Alice inspirò, chiuse la bocca e attese confusa.
“E allora? Ci sono altre persone in attesa, in caso non fosse nulla di importante...” disse l’uomo senza guardarla. Alice notò che non le aveva parlato personalmente.

“No no! È importante! Ho ricevuto questa lettera che dice che sono morta...”
Alice porse la lettera al funzionario. Non rispose davanti al misterioso documento.
“Sì, quindi?”
“Come può vedere, non sono morta” disse Alice seccata.
“Ci sono prove di questo?”
“Prove ?! Sono qui di fronte a lei! Di quali prove ha bisogno?”
“Può dimostrare di essere la persona dichiarata morta in questo documento?”
Dopotutto, adesso le parlava direttamente, pensò Alice, e cercò il passaporto nella borsetta. L’ufficiale lo prese, guardò Alice come il giudice di una gara di bellezza canina, chiuse il documento e le restituì il passaporto.
“Potrebbe essere falso.”
Alice alzò le mani in preda alla disperazione.
“Dovrei forse portare qui mia madre in modo che possa confermare chi sono?”
L’uomo strinse nelle spalle con indifferenza.
“Non funzionerebbe. Potrebbe essere un’attrice.”
“È serio?! Chi sono se non la persona che sono in tutti i miei documenti d’identità?”
“Come faccio a saperlo? Sto solo dicendo che potrebbe essere qualcun altro.”
“È completamente illogico! Chi si prenderebbe la briga di creare una tale truffa? E per cosa?!”
Alice si sentiva come in una storia kafkiana.
“Deve esserci un modo per chiarire questo malinteso”, provò a dire in modo conciliante.
“Beh, non c'è niente che io possa fare al riguardo”, disse l'uomo.
“Che cosa vuol dire?”
“Deve chiarire questo al Comune. Loro hanno inviato la lettera.”
Alice sospirò profondamente.
“Ma al Comune mi è stato detto che stavano solo spedendo la lettera. L'anagrafe è responsabile. Devo risolvere questo problema.”
“Non so che farci. Il Comune è responsabile in casi come questo”, ripeté l’uomo niente affatto impressionato.
“Ascolti, ho chiamato il Comune. Mi hanno assicurato che l’Anagrafe avrebbe dovuto annullare il certificato di morte. Inoltre, non capisco come si possa inviare un certificato di morte a una persona apparentemente morta. Non ha senso!”
L’uomo lanciò un’occhiata al documento e disse laconicamente:
“Questo documento è valido.”
“Io so da me che questo certificato di morte è valido. Ma sono viva e vorrei venisse cancellato. Se fossi ufficialmente morta, non avrei diritto a prestazioni sociali. E se fossi alla ricerca di un nuovo appartamento?” sbottò Alice.
L’uomo increspò pensosamente le labbra, ma Alice capì che non gli importava dei suoi problemi. Quindi tirò fuori l’asso dalla manica.
“Se, come dice lei, sono morta, allora non pagherò alcuna tassa ...”
“Deve pagare le tasse!" Rispose rabbiosamente l'uomo.
“Non devo! Dice: sono morta. I morti non pagano le tasse.”

“Allora verremo da lei personalmente!”
“Allora dico che sono qualcun altro.”
“Allora faremo in modo che sua madre confermi la sua identità!”, Disse il funzionario con la faccia arrossata.
“Allora sosterrò che la donna è un'attrice che è stata assunta.”
Sembrava che l'uomo non si fosse accorto che Alice stava usando le sue tesi contro di lui.
“Allora faremo un esame del sangue che confermerà che lei è sua figlia!”
“E questa sarebbe una chiara prova che io sono proprio la donna nel mio passaporto?”
“Sì! Non può sfuggire!”, disse l'uomo trionfante.
Alice sorrise leggermente, facendo sussultare l’uomo.
“Bene,” disse lei contenta raccogliendo i suoi documenti. Non sapeva di poter essere così spietata. Ad Alice piacque questa nuova parte e continuò con calma: “Allora ci vedremo il prossimo autunno quando le tasse saranno dovute. Buona giornata!”
“EHi! Heee! Aspetti! Non può farlo! È illegale!”, le gridò dietro l’uomo. Ma Alice non si voltò mentre cinguettava: “Mi dispiace, non la sento! Deve essere perché sono morta...”
La porta dell’ascensore si chiuse dietro di lei.
Il display annunciò con un impassibile “ding!” il 113.

Traduzione: Piera Ghisu e Stefano Zangrando
 
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